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Category Archives: interviste

Master in Social Media e Digital Marketing: Intervista a Veronica Gentili, Facebook Marketing Expert, docente e speaker

di Sofia Fiorini


 

Com’è stato il tuo cammino verso il digital marketing? Come si fa a rimanere sempre al passo coi tempi nel tuo lavoro?

Io ho iniziato studiando tantissimo e facendo un sacco di corsi. Quello di chi lavora nel digital marketing è un cammino costante e continuativo. Chi vuole fare questo lavoro deve continuare ad aggiornarsi con percorsi online e in aula. Bisogna mettersi nell’ordine di idee che si deve rimanere al passo, per non perdere il proprio valore competitivo.

Ti piace il tuo lavoro? E com’è raccontarlo a chi vorrebbe lavorare nel Digital Marketing? Quanto è preziosa la guida dei professionisti per chi inizia?

Sì assolutamente, mi fa piacere pensare di poter essere di ispirazione per chi vuole intraprendere questa carriera. Essere guidati dai professionisti ha molta importanza, soprattuto per chi inizia (ma anche per chi ha già preso questa strada da un po’), perché permette di evitare una serie di errori e di accelerare l’apprendimento, facilita molto avere un percorso chiaro da seguire. A chi vuole migliorare le proprie competenze consiglio sicuramente il master in Social Media e Digital Marketing. Lo consiglio perché oltre a essere un’esperienza stimolante fornisce solide basi sulle quali costruire la propria professione, e lo fa con serietà.

Il master in Social Media e Digital Marketing ha superato ormai l’edizione numero 150. Un dato che ci dice come l’interesse per la formazione in questo ambito sia costante. Ma cosa fa la qualità di un corso di formazione nel digital?

La qualità la fanno in primis i docenti – nel master Social Media e Digital Marketing c’è qualità, i docenti sono seri professionisti del digital marketing. La rosa dei docenti è anche l’elemento chiave in base a cui scegliere un corso, e consiglio di partire da qui per valutarne la qualità. Il passo successivo è considerare lo storico e la reputazione del corso in sé. Una certa esperienza alle spalle, come nel vostro caso, discrimina un corso professionale dai corsi improvvisati. Un’altra cosa da considerare è la presenza di attività pratiche, come sono ad esempio le parti di laboratorio in esercitazioni pratiche di questo master.

Da esperta di Facebook Marketing, diresti che è importante acquisire competenze e basi solide in un ambito, come questo, dove molto si dà per scontato? Quanto bisogna imparare e studiare?

È fondamentale, non si può sottovalutare la necessità di fare formazione in questo ambito. Lavorare nel digital marketing richiede competenze specifiche al pari di qualsiasi professionalità, servono competenza ed esperienza sul campo. Improvvisare significare mettere a repentaglio il business del cliente o il proprio, bisogna studiare e sperimentare, pratica e teoria vanno a braccetto.

Per quanto riguarda Facebook e le sue specifiche modalità, è molto importante restare aggiornati sempre. La formazione in questo ambito non finisce mai. Non è pensabile sentirsi a posto a vita dopo aver fatto un corso anni prima. Fare corsi è il modo più efficace e semplice per restare aggiornati.

Com’è insegnare al master? Cos’è più stimolante per te? Che tipo di gente incontri?

È una bella esperienza, stimolante anche per noi docenti, perché tra gli studenti si incontrano professionisti che già lavorano nel digital marketing, in proprio o per aziende, e che vogliono aggiornarsi, migliorare le proprie competenze e modernizzare il business. La loro presenza nelle classi è preziosa, oltre che per gli altri partecipanti, anche per noi docenti. Da loro partono spesso domande e dubbi che nascono dall’esperienza diretta, per trovare soluzioni a problemi reali del digitale. È sempre una bella esperienza e si impara sempre tanto da loro.

Il digital è un settore che offre spazio ai giovani? A quali condizioni?

La richiesta è sempre più alta, soprattutto per quanto riguarda la gestione di pagine Facebook, Instagram e canali Whatsapp, la triade dei social network più usati. La difficoltà sta nel riuscire a differenziarsi dalla miriade di persone che si propongono come social media manager. Le carte vincenti in questo senso sono competenze molto specifiche ed esperienza. Per un cliente un social media manager risulta credibile quando dispone di risultati misurabili e quindi di campagne di successo al suo attivo.

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Master Europrogettazione Special School: l’esperienza dell’ex corsista Fabiana De Rosa a Bruxelles

di Sofia Fiorini


 

Qual è stata per te la spinta a iscriverti al Master, perché guardavi all’Europa come ad un’opportunità che avrebbe potuto fare al caso tuo?

Quando ho deciso di partecipare al Master, avevo già iniziato il mio percorso formativo all’Istituto universitario degli studi Europei di Bruxelles, dove seguivo un corso del commissariato europeo. Per cui per me il Master in Europrogettazione è stato un approfondimento ulteriore, coerente con il percorso di studi che stavo seguendo all’università.

Hai potuto applicare le competenze del master dopo l’esperienza a Bruxelles? È stato utile seguire i consigli dei professionisti?

Ho lavorato per tanto anni per l’Europa, con l’agenzia della commissione europea, finché poi ho deciso per ragioni personali di rientrare a Napoli e dovuto cambiare strada. Ma sicuramente il master è stato utile durante la mia permanenza a Bruxelles. Quando scrivevo per l’onorevole Martusciello, ho applicato le competenze di progettazione acquisite al master per alcuni nostri sostenitori, in merito a progettazione per bandi europei e campani.

Che cosa ci vuole per scrivere un progetto vincente? Il master è utile in questo senso?

Il master aiuta ad acquisire una visione del progetto, fa capire qual è l’atteggiamento giusto da assumere quando ci si trova davanti a un bando. Per scrivere un progetto vincente bisogna leggere bene la consegna, cercare gli obiettivi reali, e mantenere coerenza con l’obiettivo .

Cosa consiglieresti a chi vuole fare sul serio con i progetti europei?

Sicuramente consiglierei questo master, il mio feedback personale è stato al cento per cento positivo. Poi il mio interesse verso i progetti europei era talmente forte che ho voluto investirci ancora più tempo ed energie. Il mondo dell’europrogettazione è sconfinato, io ho fatto una specialistica di due anni a riguardo. É certo che chi vuole lavorare in questo ambito deve aggiornarsi continuamente, ma sicuramente il master ti dà una marcia in più. Ti agevola nell’apprendimento e soprattutto ti inserisce in un network di contatti per poter approfondire la tua esperienza anche una volta finito il corso.

Se dovessi definire i punti di forza di questo master, quali sarebbero?

A mio avviso è la classe docenti il grande punto di forza di questo master. Posso dirlo a maggior ragione dal momento che conosco l’ambito e studio il mondo dei progetti europei da tempo. Ci ho dedicato due anni della mia formazione e conoscendo questo mondo posso dire che tutti i docenti sono davvero qualificati, oltre ad essere molto efficaci per chi vuole imparare. Tra i vari ricordo Bruno Mola, per me è l’esempio di come deve essere un grande professore. É stata sicuramente un’esperienza utile e piacevole, che mi ha dato la possibilità di lavorare con persone che non conoscevo, che è sempre un fattore positivo di crescita per chi impara.

Secondo te, cosa possono fare le Istituzioni Europee per chi lavora nel campo della cultura, del sociale, dell’innovazione. Ci sono risorse?

Piuttosto che risorse, direi che serve più informazione. Una rete di networking per i ragazzi che si approcciano al settore, una rete di diffusione di informazioni. È inutile preoccuparsi di stanziare risorse ulteriori se non si dà a tutti la possibilità di conoscere quelle che già sono a disposizione.

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Dietro le quinte del Master Social Media e Digital Marketing: intervista al docente ed esperto di content marketing Andrea Boscaro

di Sofia Fiorini


 

Com’è stato il tuo cammino verso il social media marketing?

Ormai otto anni fa ho deciso di lasciare l’azienda e-commerce che guidavo qui in Italia perchè, insieme al mio socio in The Vortex, Nicola Mauri, ho avvertito quanto fosse necessario per le aziende internalizzare se non i processi, almeno le competenze legate al mondo digital e questa necessità era prodotta soprattutto dall’ascesa dei social media. Da quel momento, i social sono diventati uno dei principali temi della mia attività formativa oltre che un ambiente di grande importanza per il confronto e la comunicazione del brand.

La mia esperienza come docente è nata poi da una lettura del mercato, cioè dall’intuizione che la formazione potesse davvero interessare un vasto pubblico, fosse un servizio molto richiesto e di cui c’era bisogno. Così ho scelto di mettere a disposizione le mie competenze a riguardo. Al master di Social Media e digital marketing insegno nello specifico content marketing, ma anche di altri aspetti più generali del marketing digitale.

Com’è insegnare al master? È un’esperienza stimolante? Che gente si incontra?

Sono colpito a livello personale dal fatto che professionisti con alle spalle un’attività, non solo ragazzi giovani, decidano per una settimana di mettersi in gioco con grande umiltà, chiudendosi in una sala con sconosciuti per far ripartire da zero la propria conoscenza. Questa è una delle cose che mi motiva di più ad andare in aula.

Se dovessi indicare il punto di forza di questo master, quale sarebbe?

La formula full time di una settimana intensa di lezione ha il vantaggio che, diversamente dal altre esperienze di formazione, c’è un percorso di crescita, e permette di confrontarsi con persone che arrivano da ambiti completamente diversi. I colleghi delle aziende per cui lavoro hanno orizzonti molto verticali, specifici. In questo master ti trovi invece a confrontarti con persone provenienti da settori differenti, riesci ad avere uno sguardo a 360 gradi sulla rete. E appunto perché il pubblico è composito, il percorso tematico sul digitale è all’insegna dell’esaustività. È un punto di forza importante poi il fatto di avere docenti molti diversi, professionisti con background diversi, da esperti di marketing, a quelli di comunicazione, fino al business.

Consiglieresti il master a chi ha appena iniziato? E invece a chi già ne sa di digital?

Per chi non ne sa nulla di digital consiglio il master perché offre una mappatura ben costruita di digital marketing. Permette di capire che tutti i diversi strumenti nel digital assolvono a uno scopo diverso. Non tutti i partecipanti diventeranno social media manager, c’è chi si specializzerà in altre competenze, perché il digital offre vari ruoli da ricoprire.

Per chi invece già ne sa di digital il master è la possibilità di fare domande a quelli che credo siano i migliori formatori di digital in Italia al momento. Credo che i corso di formazione siano abiti di sartoria: tutti dobbiamo personalizzare il nostro percorso in funzione dei nostri interessi. Andare a un corso già con le domande giuste è il primo passo per cucirsi un bel vestito addosso.

È importante acquisire competenze e basi solide in un ambito, come questo, dove molto si dà per scontato? Quanto bisogna imparare e studiare?

Ogni giorno entro nelle piattaforme e, rispetto al giorno prima, sono cambiate: per questo motivo non basta studiare sui libri. Occorre fare pratica, simulare campagne o curarne anche di piccole per impratichirsi e testare sul campo le opportunità e i limiti degli strumenti. Dopodiché occorre studiare, ed a fondo, i modelli interpretativi dell’uso dei media digitali, le teorie come quella dei “micromomenti” e le tendenze che, in forme sempre più pronunciate, differenziano l’adozione di tali ambienti da parte di tipologie di persone differenti.

Come si rimane costantemente aggiornati e competitivi nel DM?

Con una cura maniacale delle fonti, dei siti da leggere e degli account da seguire. Con una loro costante “curation” e con una frequentazione abituale degli strumenti. Dopodiché rimango ammirato della grande partecipazione, soprattutto da parte dei più giovani, agli eventi che ormai quotidianamente parlando di digitale verticalizzandone il racconto e la formazione in settori specifici. Il nostro è indubbiamente un momento dove ci si confronta molto ed indubbiamente questo è il segno della sua forza e del suo interesse.

Ti piace il tuo lavoro? E raccontarlo a chi vorrebbe aprirsi la sua strada nel Digital Marketing?

Ci sono momenti in cui il mio lavoro mi piace meno di un tempo. Seguendo con interesse e con preoccupazione come la Rete si è evoluta facendo emergere fenomeni come il cyberbullismo o l’hate speech avverto di avere, benché in minima parte, contribuito a creare un mondo in cui non mi riconosco e che occorre combattere. Mi auguro che i professionisti del futuro del marketing digitale abbiamo una componente etica tanto forte quanto, nel passato, è stata forte la volontà di renderlo un mezzo noto e tale da imporsi al vasto pubblico che oggi ha raggiunto.

Pensi che sia un mondo per i giovani? A quali condizioni?

Sul piano professionale, il marketing digitale permette ai più giovani di affrontare in modo limpido e senza preconcetti le diverse soluzioni. Ciò che manca ai più giovani è ovviamente l’esperienza e il linguaggio del marketing e del management che spesso crea un divario fra il professionista e il committente sia esso l’imprenditore o il responsabile marketing. Eppure – lo dimostra il successo online di Giovanni Trapattoni curato dal nipote – la tecnologia deve unire i puntini delle generazioni se vuole produrre valore.

È vero che aziende, organizzazioni, insomma chi non si adegua resterà inesorabilmente indietro?

È vero, ma con uno sguardo più disincantato di un tempo. Come a seguito di ogni cambiamento tecnologico, dopo un’adozione indiscriminata iniziale ed una lettura di innamoramento eccessivo, stiamo vivendo una fase di consapevolezza più profonda, volta a comprendere ciò che serve davvero e ciò che rappresenta investimenti o sforzi inutili. Non tutte le piattaforme digitali e le tecniche con cui servirsene sono utili per tutti i modelli di business: la competenza serve quindi per conoscerle, anche per non adottarle.

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Master Europrogettazione a Bruxelles: Mauro Bombardieri da ex corsista della Special School ad autore

di Sofia Fiorini


 

Qual è stata per te la spinta a iscriverti al Master, perché guardavi all’Europa come ad un’opportunità che avrebbe potuto fare al caso tuo?

Ero interessato a un’esperienza di studio internazionale e ad approfondire le mie conoscenze in termini di formazione sui bandi europei, volevo conoscerne i contenuti e i dettagli. Soprattutto mi interessava scoprire la realtà della relazione tra commissione europea e partner internazionali. Direi che le spinte principali per partecipare al master riguardavano i contenuti e la gestione delle relazioni dell’euro-progettazione. Ho sentito di dovermene occupare in un modo più accurato, che andasse oltre la superficie. Tanti parlano di queste cose, ma pochi hanno competenze reali.

Come ti aiutato il Master in ciò che fai oggi?

Il mio lavoro attuale non è lo stesso di quando mi sono iscritto al master nel 2016. Oggi lavoro nell’Ateneo pontificio Regina Apostolorum, nel dipartimento di sviluppo di relazioni istituzionali, e sono il responsabile dell’ufficio per l’attività di promozione.

Il knowledge che ho acquisito al master è confluito poi in una parte del libro che ho scritto, Chief Digital Officer. Gestire la Digital Transformation per persone e organizzazioni. Una parte del manuale, dedicato al cambiamento organizzativo seguìto alla digital trasformation, affronta appunto il tema degli strumenti di formazione della comunità europea, quei progetti di formazione che sono finanziati proprio dai bandi europei. Come si può gestire il cambiamento, se non con la formazione?

Secondo te, cosa possono fare le Istituzioni Europee per chi lavora nel campo della cultura, del sociale, dell’innovazione. Ci sono risorse?

Credo che le Istituzioni Europee potrebbero promuovere di più il concetto di Europa attraverso attività inerenti alla formazione, al benessere pubblico, ma anche dal punto di vista politico ed economico. Le risorse stanziate e da stanziare in Europa ci sono, ma in Italia vengono usate poco e male. L’informazione è scarsa, così come la conoscenza delle modalità di accesso ai bandi e al loro utilizzo. In questo senso, l’esperienza del master permette di verificare personalmente come funziona il progetto europeo e di approfondire anche secondo quali modalità si stilano i bandi. Le istituzioni dovrebbero cercare di istituire partnership con enti come il vostro per promuovere la conoscenza dei bandi. Le istituzioni hanno il compito, oltre che di stanziare risorse, anche di promuoverne la conoscenza, per far sì che la possibilità di accedervi sia reale e non solo virtuale. E per promuovere ciò, le istituzioni hanno bisogno di competenza e professionalità nelle figure di chi diffonde questo tipo di informazioni.

Cosa ti sei portato a casa dall’esperienza del Master e dall’incontro coi docenti?

Sicuramente il master mi ha permesso di avere una visione più approfondita rispetto a come si muove la commissione europea per la gestione dei finanziamenti e mi ha dato una panoramica internazionale dei progetti di formazione.

Per me è stata fondamentale nell’apprendimento la parte di workshop. Ricordo di aver scelto, tra le varie proposte, per la mia esercitazione sui bandi reali un progetto per diffondere la cultura dell’integrazione europea. Esercitarsi su un tema così interessante, come per me in questo caso era la richiesta di finanziamenti per attività che promuovessero il concetto di cittadinanza europea, è stato senza dubbio stimolante.

I docenti sono tutti professionisti di grande esperienza, con cui sono rimasto in ottimi rapporti. Soprattutto è stato utile per noi il fatto che facessero parte della commissione europea: ci hanno saputo spiegare nel dettaglio la relazione tra team di progetto e commissione nella fase di richiesta del finanziamento.

Poi è stata una bellissima esperienza dal punto di vista umano, ho conosciuto tantissime persone di realtà lavorative diverse, provenienti da vari paesi di Europa. Per me è stata un’occasione di arricchimento culturale e personale eccezionale.

Che cosa ci vuole per scrivere un progetto – di formazione, e non solo – vincente?

Ciò di cui è strettamente necessario assicurarsi per garantire successo al proprio progetto è la capacità di individuarne le ricadute positive e di renderle dimostrabili. Il progetto deve implicare, già dal nucleo, l’effetto delle proprie ricadute sociali positive. È chiaro che più questi effetti positivi sulla comunità sono tangibili ed evidenti, più il progetto risulterà vincente. È ovvio poi che sia necessaria un’ottima conoscenza dei meccanismi di funzionamento dei bandi e delle istituzioni europee. Il master dà un ottimo inquadramento a riguardo. In linea generale, un buon progetto ha tra le sue premesse un’alta qualità di pianificazione e professionalità delle parti.

Cosa consiglieresti a chi si affaccia per la prima volta all’universo dell’euro-progettazione?

A chi comincia adesso ad occuparsi di progetti europei e vuole farlo in modo serio, consiglio indubbiamente di fare questo master e di farlo a Bruxelles. La dimensione di scambio culturale è maggiore che non nelle sedi italiane, il tasso di internazionalità è più alto. Fare il master a Bruxelles offre poi la possibilità di sentirsi in prima persona parte della comunità europea, c’è maggiore facilità di scambio. Un consiglio per chi vuole occuparsi di questo settore è anche di non avventurarsi a fare progettazione senza avere knowledge. Bisogna dotarsi di strumenti validi e di competenze reali.

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Master Social Media e Digital marketing: Riccardo Scandellari da “nerd” a docente di personal branding

di Sofia Fiorini


 

Ti occupi di web dal 1998, com’è cambiato negli anni il tuo approccio al digital? Come si fa a rimanere sempre al passo coi tempi?

C’è un unico modo di rimanere sempre aggiornati: studiando e sperimentando. Era il 1998 quando ho iniziato a mettermi in gioco da nerd, dietro lo schermo di un computer, e le uniche due cose per promuoversi online erano un sito web e la mail, non c’erano le tecnologie di oggi. E partendo da queste due cose ho poi accolto nel tempo le novità, ho colto le nuove opportunità che si presentavano e ho sperimentato come fosse fare marketing digitale con quelle. Anche a forza di sbagliare si trova la via giusta. La mia specialità è diventata nel tempo il personal branding, tanto che oggi i libri che ho scritto in materia sono quattro, ma non ho mai smesso di interessarmi in senso ampio a tutto il marketing digitale.

Come sei arrivato dal personal branding a diventare docente di Social media e digital marketing?

È successo quasi per caso. Ho scritto un libro ormai cinque anni fa, Fai di te stesso un brand, che ha a avuto un successo editoriale inaspettato. Quel successo mi ha trasformato da nerd dietro il pc a speaker e docente, perché da quel momento mi hanno cercato per andare a raccontare in giro questo libro.

Ti piace il tuo lavoro? E com’è raccontarlo a chi vorrebbe lavorare nel Digital Marketing?

Mi piace tantissimo, soprattutto il fatto di poter organizzare una sequenza di informazioni in modo da renderle comprensibili per l’altra persona e, ancora di più, applicabili, tanto da cambiargli la vita. Non è la prima volta che ricevo feedback positivi da parte di chi ha preso parte al master Social media e digital marketing e poi ha avuto fortuna in questo campo grazie alle competenze ottenute lì.

Quanto conta la guida dei professionisti per chi inizia?

La guida dei professionisti è preziosa, soprattutto inizialmente. Molti arrivano con il sogno di lavorare coi social nella loro vita, ma poi non sono ben consapevoli di cosa c’è davvero dietro al digital marketing, quanto studio comporta, le complessità che implica. É importante che il docente dia a chi vuole imparare soprattutto una strategia. C’è bisogno di insegnare una visione strategica, per raggiungere i propri obiettivi. E questo tipo di strategia la può trasmettere solo chi ha lavorato per anni con il digital. Personalmente, quello a cui tengo come docente è dare chi vuole imparare un metodo che si possa adottare nella pratica del lavoro di tutti i giorni, che permetta di organizzarsi ogni giorno per crescere. Questo è ancora più importante della singola nozione.

È importante acquisire competenze e basi solide in un ambito, come questo, dove molto si dà per scontato? Quanto bisogna imparare e studiare? E a chi ci si affida per aggiornarsi?

Come per tutti i mestieri, il medico, l’ingegnere, anche il digital marketer per conoscere deve studiare. E non può permettersi di pensare che quello che sa a un certo momento varrà anche per il futuro. Il mondo si evolve e non se ne può fare a meno. Il digital marketing assembla due aree amplissime: comunicazione e tecnologie. È difficile essere tenersi aggiornati anche solo su una, figuriamoci su entrambe. È un lavoro instancabile, che oltre all’esperienza fondamentale di corsi di aggiornamento come questo, comprende un’incessante lavoro di ricerca individuale su libri, blog, eccetera.

Com’è insegnare al master di Europa Innovation Business school? Cos’è più stimolante per te? Che tipo di gente incontri?

La cosa straordinaria è che tutte le volte che faccio lezione sono io a imparare da chi ho davanti. Come succede? Con interventi e domande. Magari un ragazzo che non sa niente di digital e che è venuto per imparare da me quello che so, mi fa una domanda su ciò che lui conosce già e che, se sono fortunato, è una novità completa per me e quindi un arricchimento. C’è sempre qualcuno che mi dà degli stimoli, mi racconta qualcosa che non conoscevo. Spesso sono loro che formano me, è un’opportunità di crescita davvero stimolante.

Se dovessi indicare un punto di forza di questo master?

Direi più di tutto la qualità dei docenti selezionati. Anche in altri corsi blasonati vediamo nomi di professionisti, ma in questo master si cercano docenti con esperienza che hanno dimostrato con il loro lavoro negli anni di essere professionisti di qualità.

Pensi che il digital sia un “paese per i giovani”? A quali condizioni?

Credo che il digital sia un paese per tutti, a patto di avere la flessibilità mentale adatta a questo mondo di comunicare. Ho visto cinquantenni che si adattavano meglio dei diciottenni ai mezzi di comunicazione digital. Questo non nega il fatto che più spesso si verifichi il contrario. Ma significa che chiunque può fare digital a patto di saper comprendere la grammatica e le logiche che ci stanno dietro. Quando parliamo di digital parliamo di attenzione: la stessa che abbiamo al bar ce l’abbiamo online. Se il discorso non ti interessa, non ascolti. Ma se fai in modo di essere interessante per il tuo utente guadagnerai la sua attenzione. E se riesci a farti ascoltare davvero, puoi portare la persona che ti ascolta a comprare qualcosa. È così che raggiungi l’obiettivo. Si tratta di mantenere l’attenzione su una nicchia e un tema specifico.

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Dal Master Europrogettazione di Europa Innovation all’European External Action Service. Intervista a Roberta Di Rosa, una carriera da cui prendere esempio!

di Arianna Ioli


 

Arianna: Vivi e lavori a Bruxelles, nel cuore delle Istituzioni Europee, ma quale lavoro fai esattamente?

Mi occupo di prevenzione dei conflitti, dei problemi di inclusione di genere, di prevenzione delle atrocità di massa e di pace. Lavoro per le istituzioni europee e in particolare per l’EEAS, European External Action Service, il servizio diplomatico dell’Unione Europea. (ndr. Nel team di Federica Mogherini!)

A: Immaginavi che questo sarebbe stato il tuo lavoro del futuro? Da dove sei partita? Come guardavi all’Europa dieci anni fa?

Non sapevo sarebbe stato questo il mio lavoro, ma ho creato tutti i presupposti perché lo diventasse.

Ricordo aver sentito parlare dell’UE per la prima volta a 14 anni da un funzionario che era in Sicilia per lavoro. Sembrava appassionato del suo lavoro sullo sviluppo sostenibile. Iniziai a studiare come arrivate al quartiere generale dell’UE e all’università creai un curriculum che potesse riflettere il mio interesse verso gli affari internazionali, la cooperazione allo sviluppo e i diritti umani. Iniziai a lavorare per l’università e quando si presentò l’opportunità inviai un cv per uno stage al parlamento europeo. Qualche mese dopo mi ero trasferita a Bruxelles e lavoravo per la commissione per i diritti umani in parlamento, come stagista. Durante lo stage ho capito come funzionavano i concorsi europei e ne passai uno. Una volta interna al sistema tutto divenne più chiaro, anche in termini di scopi dell’EU, che dall’Italia sembrava lontana e poco attenta ai suoi cittadini. Avendo studiato relazioni internazionali, dieci anni fa capivo bene i limiti della collegialità che 28 Stati Membri potessero comportare in termini di azione concreta dell’Unione Europea. Una volta dentro, il meccanismo si apprezza per essere democratico e flessibile.

A: E come la immagini tra dieci anni?

Tra 10 anni mi aspetto un’Europa più cosciente dei suoi vantaggi e con una società civile che la difenda dall’attacco nazionalista crescente.

A: Qual è stata la spinta a fare il primo passo?

Studiare come migliorare le cose a livello nazionale e internazionale ha rappresentato sicuramente l’inizio del mio percorso.

A: E la tua esperienza al Master? E’ stata utile?

Si, molto. Mi ha dato un’idea di come funzionassero i fondi e i progetti europei e mi ha fatto capire che la mia strada cominciava dal seguire i progetti sul campo per poi evolvere e scrivere le politiche sui finanziamenti.

A: Dopo il Master che cosa è successo? In che direzione hai lavorato e come sei riuscita ad approfondire?

Al tempo del master non lavoravo ancora per la commissione europea e ho passato il mio concorso poco dopo. Questo mi ha consentito di entrare alla direzione generale per lo sviluppo e la cooperazione, dove ho avuto modo di esplorare a lungo la parte operativa e finanziaria dei progetti europei.

A: Si può lavorare in Europa? C’è posto per i giovani?

Assolutamente si, si lavora in Europa! Ma servono molte più occasioni per informare i giovani delle possibilità che l’Unione europea offre, dagli stage ai concorsi per diventare funzionari.

A: E per chi vuole fare imprenditoria nel proprio paese? Un consiglio “europeo”?

Cominciare da idee semplici che aiutano a sviluppare soluzioni pratiche per raggiungere obiettivi specifici. Per questo occorre sapere come scrivere un progetto, il master è il posto imparare come farlo.

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Master Europrogettazione a Bruxelles e un progetto di “Integration for Cooperation” – Youth Exchange tutto da raccontare! Intervista a Gianluca Vastola

di Arianna Ioli


 

Arianna: È passato un po’ di tempo da quando ci siamo conosciuti a Bruxelles! Sono cambiate un po’ di cose. Partiamo dai fatti fondamentali: complimenti per il vostro progetto!

Siamo sempre davvero contenti quando ci arrivano così belle notizie dagli ex alunni del Master, figuriamoci se da quelli con cui siamo ancora in contatto. Ci racconti di che cosa si tratta?

Come spesso accade oggi tutto ha avuto inizio quando navigando sul web ho ricavato le informazioni del bando. Ho sentito subito Luigi (Cutolo) perché lavoriamo insieme. Successivamente, abbiamo telefonato i potenziali partner per condividere insieme il progetto che avevamo in mente. Il feedback è stato positivo. Non abbiamo mai avuto paura perché le idee da mettere in campo già c’erano! E tutti i dubbi che nascono inevitabilmente – come in ogni cosa della vita – ce li siamo tolti lavorando con tenacia. Abbiamo deciso di provarci davvero quando tutti gli attori principali erano consapevoli di cosa avremmo dovuto affrontare.

Quando abbiamo saputo dell’approvazione c’era tanto entusiasmo che ha sicuramente facilitato la coesione, la fiducia e la stima tra gli attori, soprattutto perché con presunzione sapevamo di aver lavorato seriamente e credevamo fortemente nel progetto. La sensazione credo sia stata simile a quella che prova uno sportivo quando, dopo tanti allenamenti, realizza una vittoria concreta nel momento più importante. Ma l’approvazione, si sa, non è la fine e dopo la meritata soddisfazione siamo passati a pensare nuovamente a cosa c’era da fare per il progetto. Non c’è soddisfazione più grande che vedere il progetto realizzato al massimo delle sue possibilità.

A: Qual è stata due anni fa la spinta a iscriverti al Master, perché guardavi all’Europa come ad un’opportunità che avrebbe potuto fare al caso tuo?

Ho deciso di frequentare il master per diverse motivazioni che – forse – sono la premessa giusta a tutte le risposte date a questa breve intervista. Vengo da studi di politiche, istituzioni e sviluppo del territorio, e qualche tempo prima di frequentare il master avevo fondato due associazioni. Prima ancora ero attivo in organizzazioni istituzionali, ho partecipato a scambi del programma erasmus +, e da qui la necessità di volermi migliorare ma soprattutto di voler sfruttare le opportunità del nostro tempo. Avendo conosciuto il meglio delle organizzazioni pubbliche e no profit, ho potuto coglierne anche i limiti – quantomeno quelli presenti nel mio territorio. In sintesi, da qui è nato il bisogno di continuare a formarmi e, da europeista convinto, quello di partecipare al Master in Europrogettazione. Per migliorare quello che c’è di buono nel presente e soprattutto per superare i limiti culturali e formativi per il futuro. Ho scelto Bruxelles perché per forti stimoli avevo bisogno anche della giusta cornice.

A: Secondo te, cosa possono fare – se possono fare qualcosa- le Istituzioni Europee per chi lavora nel campo della cultura, del sociale, dell’innovazione. Ci sono risorse?

Certo, abbiamo tante risorse a cui attingere e questo in grandissima parte già avviene. Poi, l’euroscetticismo cresce e dobbiamo comprendere le difficoltà dei cittadini e coinvolgere sempre più persone nel progetto di unione europea trasmettendo i valori portanti e le opportunità. Ci sono programmi europei che vanno proprio in questa direzione.

A: Che cosa ci vuole per scrivere un progetto vincente? Il Master ti ha aiutato? C’è stato un insegnante che ti ha folgorato più degli altri?

Cosa serve per avere successo onestamente non lo so. Il master mi ha sicuramente aiutato: innanzitutto per avere conferma del fatto che stessi seguendo il percorso giusto per me e questo non è un dettaglio scontato. Così come mi è servito tanto viste le competenze dei docenti che mi hanno fatto crescere e l’ottima organizzazione che ha facilitato l’apprendimento con un clima disteso ma serio. Tra i docenti ho cercato di rubare (oltre che le tante informazioni) da Bruno Mola la capacità di comunicare, di caricare e coinvolgere, e da Raniero Chelli la sicurezza in sé stessi e nei propri mezzi. Prof. Chelli che ho avuto il piacere di incontrare di nuovo alla celebrazione dei 400 master a Palazzo Giustiniani.

A: cosa consiglieresti a chi inizia?

A chi inizia consiglio: determinazione, non avere paura di sbagliare, e lo spirito giusto per lavorare con le persone. Ed una frase: “nessun vento è favorevole per un marinaio che non sa a quale porto vuole approdare”, Seneca.

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Master Social Media e Digital Marketing, la parola a Luca Bove, consulente di Digital Marketing, esperto di Local Search e docente

di Sofia Fiorini


Da Esperto di Local Search e SEO a docente di Social Media e Digital Marketing, com’è stato il tuo cammino verso il mondo del digital?

Il centro della mia attività e il suo primo interesse riguarda l’utilizzo e la logica dei motori di ricerca, che sono molto importanti per avere risposte alle domande che ci poniamo. Provengo da una lunga storia di search marketing, che mi ha portato poi nel tempo ad avvicinarmi per necessità al mondo del social e delle sue regole, oltre che del digital marketing in generale, perché non tutto è legato ai motori di ricerca. I motori di ricerca sono solo uno (seppur molto importante) dei tanti touch point tra azienda e potenziali clienti di cui bisogna tenere conto. Ed è un elemento importante da tenere in considerazione per chi vuole restare aggiornato in formazione. Ed è di questo che mi occupo principalmente anche come docente del master Social media e Digital marketing.

Com’è insegnare al master Social Media e Digital Marketing? Che tipo di gente incontri?

Di solito ci sono persone che si stanno approcciando al mondo digitale e vogliono cominciare a sfruttarlo adeguatamente a scopi lavorativi. Decisamente un’esperienza stimolante.

Ti piace il tuo lavoro? E raccontarlo a chi vorrebbe lavorare nel Digital Marketing?

Decisamente sì. Fra l’altro è un settore a forte crescita e di esperti in questo campo c’è davvero tanta richiesta, perché siamo ancora in pochi. Poi c’è un alto tasso di varietà di figure richieste, perché il digital marketing ha una gamma di applicazioni professionali altissima. Dalle più tecniche – quelle che sanno colloquiare con le macchine e che, sebbene siano invisibili, sono fondamentali, perché propedeutiche a tutto il resto – alle più creative, è un mondo che pullula di possibilità occupazionali.

E le possibilità si moltiplicano ulteriormente se si pensa che ogni aspetto può essere verticalizzato e approfondito. Per esempio, il progetto a cui mi sto dedicando ormai da alcuni anni è quello della local strategy (https://www.localstrategy.it), primo progetto verticale in Italia che aiuta a gestire in modo semplice la propria presenza come azienda sulle mappe virtuali (prima tra tutti Google My business), semplificando processi interni come la gestione dei dati.

È importante acquisire competenze e basi solide in un ambito, come questo, dove molto si dà per scontato? Quanto bisogna imparare e studiare? E a chi ci si affida per aggiornarsi?

È importantissimo studiare tanto e sempre, non bisogna fermarsi mai. Seguire dei corsi strutturati, soprattutto all’inizio, aiuta ad avere basi solide e a seguire una linea definita. Ma anche una volta che si sono acquisite le competenze di base, bisogna restare costantemente aggiornati sul campo.

D’altra parte la scelta, nel caso si decida di partecipare a corsi di formazione e aggiornamento, non è sempre facile, vista l’abbondanza di proposte. Un buon metodo per scegliere un corso di qualità è sicuramente controllare i nomi e i cv dei docenti. Si tratta di professionisti del settore con esperienza? O il loro bagaglio comprende solo la formazione? I migliori consigli vengono poi da chi ha frequentato gli stessi corsi in precedenza e può dare informazioni per esperienza.

Pensi che sia un mondo per i giovani? A quali condizioni?

Non è di certo un percorso facile quello di chi decide di aprirsi spazi in questo settore, ma certamente dà molte soddisfazioni. Gli spazi aperti oggi e ancor più per il futuro ci sono, e sono notevoli. Bisogna provare a raggiungerli, dandosi da fare. È un settore in cui non ci si può permettere di stare fermi, bisogna saper stare al passo con le novità, ed è a questo che servono master professionali come quello di Europa Innovation Business School. A chi si affaccia a questo settore da neofita consiglio di fare dei test su piccoli o piccolissimi progetti, ad esempio aprire e gestire, anche in modo gratuito, piccoli siti per tempi limitatissimi e mettersi alla prova con quelli. Non è altro che un esperimento su sé stessi per capire se il digital fa per voi, e se è la strada giusta. Aiuta a confrontarsi col tipo di lavoro particolare che è il digital marketing, che spesso è più impegnativo di quanto non si creda.

È vero che aziende, organizzazioni, insomma chi non si adegua resterà inesorabilmente indietro, o è una visione catastrofica?

Si è vero, chi non sta al passo con il digital è sicuramente svantaggiato. In più da noi si aggiunge il problema della particolarità della situazione italiana, composta da piccole aziende, che non riescono a mettere a sistema l’innovazione. Per le nostre aziende, la direzione da prendere da ora in poi è creare al loro interno una sezione dedicata alle innovazioni, che favorisca la formazione continua e lasci spazio a nuove attività. Da questo punto di vista, moltissimi devono reinventarsi. Capita spesso che in alcuni ambiti siano più avanti, aggiornati, consapevoli i clienti che non gli imprenditori.

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Nostra intervista a MARIAN THYSSEN, Commissario europeo Occupazione, Affari Sociali e Inclusione #europrogettazione

di Roberta Papaleo e Vito Cellamaro, 2016


 

Commissario Thyssen, secondo lei, in che modo finora la strategia Europa 2020 ha fatto la differenza? Si è registrato un contributo tangibile delle iniziative in termini di crescita?

Credo che Europa 2020 sia stata una parte centrale dell’ampia strategia di ripresa dell’UE e che costituisca un modello di crescita per il futuro. È vero che i progressi fatti sui cinque obiettivi della strategia Europa 2020 sono stati, finora, contrastanti: l’UE è sulla strada giusta per raggiungere gli obiettivi in tema di istruzione, clima ed energia, ma questo non è il caso per l’occupazione e la ricerca e lo sviluppo, e la situazione è peggiorata anche in termini di riduzione della povertà. Lo stato di avanzamento in merito agli obiettivi della strategia Europa 2020 è uno dei principali fattori presi in considerazione dalla Commissione al momento di decidere le Raccomandazioni Specifiche per Paese nell’ambito del Semestre Europeo di coordinamento della politica economica. Di fatto vediamo che queste raccomandazioni hanno un’influenza significativa sulle politiche degli Stati Membri. Tuttavia, durante il periodo di crisi è stato necessario trovare un difficile equilibrio tra sostenibilità finanziaria, riforma e investimento. A volte questo è andato a spese del progresso a breve termine. Con la graduale ripresa dell’economia e con una sempre maggiore disponibilità fiscale, speriamo che la bilancia possa pendere di più verso un maggiore investimento nel far progredire gli obiettivi della strategia Europa 2020.

Nel quadro delle iniziative prese con Europa 2020, che nuovo significato ha acquisito l’espressione ‘Europa Unita’? Lei crede che la strategia abbia favorito una collaborazione maggiore reale tra i vari attori dell’Unione Europea, dalle istituzioni agli attori delle società civili degli Stati Membri?

Credo che la cooperazione sia di certo maggiore, ma si può fare ancora meglio. Negli ultimi anni, la Commissione ha gradualmente instaurato un dialogo più profondo e permanente con gli Stati Membri. Questo è stato possibile attraverso incontri bilaterali, discussioni più mirate all’interno del Consiglio e più missioni nelle capitali. Questi dialoghi verranno ulteriormente intensificati. Tuttavia, uno degli esiti di una recente consultazione pubblica sulla strategia Europa 2020 1 è il fatto che la sua implementazione è stata influenzata dalla debolezza in termini di consapevolezza, coinvolgimento ed esecuzione. La Commissione ha quindi reagito a questo risultato e in ottobre sono state annunciate 2 delle azioni mirate a rafforzare la legittimità, la responsabilità e l’affidabilità democratica del Semestre. Tra esse anche un maggiore controllo da parte del Parlamento Europeo, un’interazione più efficiente con i parlamenti nazionali e una maggiore attenzione al contributo dei partner sociali nazionali.

Quali nuovi iniziative proporrebbe per migliorare i risultati della strategia Europa 2020? Quale delle esistenti migliorerebbe o approfondirebbe?

Ci siamo già adoperati per rilanciare il Semestre Europeo, uno strumento chiave per il compimento di Europa 2020. La Commissione Juncker ha già ottimizzato in maniera notevole il Semestre Europeo nel suo primo anno, permettendo un dialogo più aperto con gli Stati Membri attraverso la pubblicazione di rapporti specifici per ogni paese già in febbraio, tre mesi dopo la finalizzazione delle Raccomandazioni Specifiche per Paese. Abbiamo appena emanato delle raccomandazioni per l’euroarea 3 , invece di aspettare di farlo insieme alle Raccomandazioni. Questo farà sì che le discussioni e le raccomandazioni per l’euroarea verranno elaborate prima di quelle per Paese, di modo che le sfide comuni vengano affrontate in modo coerente da parte di tutti. Inoltre, l’occupazione e gli affari sociali hanno caratterizzato l’Analisi Annuale della Crescita che ha lanciato il Semestre Europeo. I partner sociali dovrebbero giocare un ruolo cruciale in questo senso. La Commissione garantirà inoltre che l’equità sociale ottenga una maggiore attenzione nell’ambito dei programmi di regolazione macroeconomica, come per il caso della Grecia, dove la Commissione aveva preparato anche la prima valutazione di impatto sociale. Speriamo che questi passi in avanti miglioreranno il sistema di governance economica, che a sua volta porterà a un miglioramento nell’implementazione della strategia Europa 2020. La Commissione non intende cambiare la strategia Europa 2020. Sfrutteremo al meglio la strategia esistente e i suoi strumenti migliorando la sua implementazione e monitorandola nel contesto del Semestre Europeo. Allo stesso tempo, avvieremo un processo per lo sviluppo di una visione a lungo termine che vada oltre l’orizzonte dell’anno 2020, anche alla luce degli Obiettivi per lo Sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite per il 2030.

Il programma Erasmus è sempre stato considerato come un modello per la diffusione dello spirito di integrazione europea. Secondo lei quale iniziativa o programma iscritto nel quadro della strategia Europa 2020 potrà avere questo ruolo?

Credo che il programma Erasmus sia e rimarrà un grande esempio e un grande successo. Stimola l’integrazione europea in un modo che nessun altro programma è capace di fare. Investe nei giovani e sostiene la loro identità europea nella diversità che la nostra Unione ha da offrire. Penso che non dovremmo cercare di rimpiazzare questo grande esempio: dobbiamo usarlo come base per lo sviluppo e dobbiamo farlo rendendo più visibili i risultati delle nostre azioni in altri campi. Pochi sanno, ad esempio, che il Fondo Sociale Europeo sostiene più di 10 milioni di persone, per lo più finanziando la loro formazione. Questo influenza spesso in maniera molto positiva le vite di molti. In milioni di casi nel corso degli anni, questo sostegno ha permesso a molti di rientrare nel mercato del lavoro o di trovare occupazioni migliori. Quando si hanno casi di successo, se ne dovrebbe parlare.

Esistono settori della strategia Europa 2020 che necessitano di un intervento ancora maggiore?

La consultazione pubblica sulla strategia Europa 2020 ci ha permesso di identificare le principali debolezze della strategia stessa. In particolare:

  • l’assenza di visibilità delle iniziative prioritarie;
  • la necessità di migliorare l’esecuzione e l’implementazione della strategia;
  • un insufficiente coinvolgimento dei principali stakeholders;
  • la mancanza di progresso nel raggiungere gli obiettivi in termini di occupazione, ricerca e sviluppo e riduzione della povertà.

Come già indicato, ci stiamo muovendo su tutti questi fronti per migliorare la strategia e concretizzare i suoi obiettivi.

Si sente spesso parlare di fondi europei che non vengono spesi in progetti da parte delle regioni dei vari Stati Membri. Che tipo di intervento consiglia affinché i fondi vengano effettivamente usati e spesi al meglio da ogni regione? 

È assolutamente fondamentale che gli Stati Membri e le regioni facciano il miglior uso possibile dei fondi europei e la Commissione fornisce un’importante assistenza operativa, nonché finanziaria, in questo senso. Questo sostegno è stato rafforzato per il periodo 2014-2020. Inoltre, abbiamo semplificato le regole, rendendo più facile la richiesta di rimborsi per le spese effettuate. Questo comprende, ad esempio, l’uso di costi forfettari (il che significa, ad esempio, che per la formazione può essere conteggiata una somma unica invece che un conto dettagliato delle spese effettuate, che vanno dal catering, alle quote dei partecipanti, al materiale cartaceo, e così via).

Pensa che l’immagine esterna dell’Europa sia cambiata con l’implementazione delle iniziative della strategia europa 2020 dal punto di vista della situazione occupazionale dei giovani, ad esempio con le iniziative Youth on the Move e Agenda per nuove competenze e nuovi lavori?

Secondo me, queste iniziative sono un buon esempio di come l’UE possa avere un impatto positivo sulla vita delle persone, e in questo senso migliora anche l’immagine dell’UE. Nell’ambito dell’iniziativa Youth on the Move è stato fatto molto per rendere l’istruzione e la formazione più attinenti ai bisogni dei giovani, per incoraggiarli ad approfittare dei vantaggi delle borse di studio dell’UE e per incoraggiare i Paesi europei ad adottare misure che semplifichino il passaggio dall’istruzione al mondo del lavoro. L’iniziativa Agenda per nuove competenze e nuovi lavori identifica azioni concrete per favorire l’elaborazione di riforme che migliorino la flessibilità e la sicurezza sula mercato del lavoro (la cosiddetta ‘flexicurity’), fornendo a ogni individuo le giuste competenze per i lavori di oggi e di domani, migliorando la qualità delle occupazioni e assicurando delle condizioni di lavoro migliori, nonché favorendo la creazione di posti di lavoro.

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Nostra intervista a Markku Markkula, Presidente del Comitato europeo delle Regioni

di Roberta Papaleo e Vito Cellamaro, 2016


 

Presidente Markkula, secondo lei in che modo finora la strategia Europa 2020 ha fatto la differenza? Si è registrato un contributo tangibile delle iniziative in termini di crescita?

Secondo me sì. In particolare, la strategia Europa 2020 ha portato gli obiettivi su un nuovo livello e affinato le azioni. La sfida principale negli ultimi anni è stata capire come raggiungere questi obiettivi.

Nel quadro delle iniziative prese con Europa 2020, che nuovo significato ha acquisito l’espressione ‘Europa Unita’? La strategia ha favorito una collaborazione maggiore reale tra i vari attori dell’Unione Europea, dalle istituzioni agli attori delle società civili degli Stati Membri?

Sì, lo penso. In base alle priorità che il Comitato delle Regioni ha identificato per il periodo 2015-2020, c’è bisogno di concentrare le azioni sul movimento bottom-up. È un movimento in avanzamento, sia a livello municipale che in termini di cittadini, imprese, università e di altre comunità. In questo senso, il Comitato delle Regioni è una delle istituzioni chiave a livello europeo.

Quali nuovi iniziative proporrebbe per migliorare i risultati della strategia Europa 2020? Quale delle esistenti migliorerebbe o approfondirebbe?

Il Comitato ha espresso in diverse opinioni che l’Europa ha bisogno di attivare delle partnership tra le città e le regioni e di promuovere attività innovative tra questi due gruppi in tutti i più importanti settori dove c’è bisogno di riforme. Abbiamo bisogno di innovazione nella società, che può essere incoraggiata da un più affinato uso di strategie regionali di specializzazione intelligenti, definite dalle regioni stesse. Chi prende le decisioni in politica, sia a livello regionale che europeo, deve mettere l’accento sull’importanza dell’attività delle strategie di specializzazione, dove il movimento bottom-up incontra gli obiettivi della strategia Europa 2020.

Il programma Erasmus è sempre stato considerato come un modello per la diffusione dello spirito di integrazione europea. Secondo lei quale iniziativa o programma iscritto nel quadro della strategia Europa 2020 potrà avere questo ruolo?

I programmi settoriali per l’istruzione continueranno a svolgere un ruolo chiave in futuro, ma l’Unione dell’Innovazione produrrà sempre più risultati rendendo più veloce la crescita sostenibile attraverso una maggiore cooperazione a livello europeo. Le idee migliori verranno rielaborate insieme e adattate in modo da poterle applicare in tutta Europa.

Esistono settori della strategia Europa 2020 che necessitano di un intervento ancora maggiore?

Di certo c’è molto lavoro da fare in molti settori. La digitalizzazione sta già cambiando il modo di pensare globale. Il completamento del Mercato Unico Digitale ha quindi la massima priorità.

Si sente spesso parlare di fondi europei che non vengono spesi in progetti da parte delle regioni dei vari Stati Membri. Che tipo di intervento consiglia affinché i fondi vengano effettivamente usati e spesi al meglio da ogni regione?

La Commissione Europea ha creato un gruppo di esperti, guidato da Siim Kallas [presidente del gruppo di alto livello per la semplificazione ed ex Commissario per i Trasporti, ndr], per semplificare la gestione dei fondi dell’UE, sopratutto il Fondo di Coesione. Attendo con speranza i risultati del loro lavoro. L’impatto deve essere al centro di tutta la progettazione. Possiamo aumentare considerevolmente la flessibilità nell’uso dei fondi e ridurre le istruzioni dettagliate e i controlli, fintanto che il progetto produce dei risultati significativi.

Che tipo di impatto ha avuto la strategia Europa 2020 a livello di sviluppo regionale? La sua implementazione è risultata in esiti tangibili a livello locale?

La strategia Europa 2020 ha riunito e guidato gli obiettivi sul livello europeo. Ora è il momento di concentrare l’attenzione sulle attività rivolte alle città e alle regioni, in modo che le loro best practices possano essere affinate e diffuse ovunque. Al Comitato delle Regioni abbiamo documentato ampiamente questi risultati. Ancora più di prima, abbiamo bisogno di sinergie e cooperazione di natura trasversale. La nuova struttura organizzativa della Commissione Europea, dove i vice-presidenti coordinano il lavoro di diversi Commissari e DG con l’obiettivo di aumentare l’armonia, può dare il suo contributo in questo senso.

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